martedì 5 giugno 2007

Idee per un romanzo - Parte IV

Voglio più tipi di narratori all'interno del libro, magari anche di terzo o quarto tipo. Voglio un dialogo continuo con i "Classici", ma non una manieristica imitazione di essi, bensì un rapporto diretto, che però tenga del presente in cui l'autore vive.
Quando il narratore diventa direttamente colui che scrive il romanzo, voglio che sia il più impersonale possibile, ma anche profondamente umano: deve accompagnare e sorreggere il lettore, deve dargli fiducia, non come farebbe un Deus ex machina esterno alle vicende umane, ma prima di tutto come uomo. Senza patetici slanci compassionevoli, senza il distacco quasi stupito di fronte al mistero dell'esistenza umana, ma con la sensibilità e il sorriso amaro di chi condivide le stesse difficoltà esistenziali, la stessa "pena di vivere così". Voglio che il primo narratore sia un compagno, un amico quasi, per chi legge. Voglio che chi scrive entri in confidenza, trasmetta fiducia al lettore, mostrandosi consapevole che siamo tutti personaggi che recitano la stessa tragedia, ma anche fiducioso nelle infinite capacità dell'uomo e, soprattuto, in ciò che più lo rende unico: il logos in senso lato.
A questo proposito l'ambientazione potrebbe essere una sorta di negazione, o tentativo, di ciò che costituisce l'unico motivo di dignità dell'uomo. Trovare elementi inquietanti nel mondo odierno (se ne possono trovare diversi e variegati) e portarli alle estreme conseguenze in uno scenario futuro, non necessariamente troppo lontano sarebbe un'idea interessante e meritevole, se affrontata in modo accorto e accurato, evitando una sciocca superficialità intrisa di qualunquismo.

lunedì 4 giugno 2007

L'Età dell'oro - Capitolo I - "Il primo giorno di scuola"


da "Le mie memorie liceali: amori e storie di Francesco Salviati"

Ricordo ancora quando, tempo fa, entrai per la prima volta in quello che sarebbe stato il liceo in cui avrei trascorso i cinque anni più belli della mia vita. Oddio, forse il fatto che siano stati così belli non fu legato tanto al liceo in sè, quanto piuttosto al fatto che allora ero giovane, traboccante di vita e delle sue illusioni, ma sicuramente fu tra quelle mura che trascorsi una buona parte di quel periodo e adesso nei miei ricordi l'ambiente liceale è diventato in un certo senso un simbolo di ciò che ero allora.
A dire il vero, però, non ricordo più così bene il mio primo giorno, quando mi ritrovai con tutti gli altri primini, radunati in massa nel cortile, in attesa di essere smistati alle rispettive classi. Anche il sapere che fu questa la situazione di partenza non è che un "falso ricordo" indotto dall'aver visto fare ogni volta così nei quattro anni successivi.
Sono sempre stato alquanto smemorato per certe cose: condannato a ricordare ogni singolo particolare di ciò che ho vissuto, tendo invece a dimenticare e talvolta rimuovere quasi totalmente i momenti in cui ero agitato, sotto pressione. Me ne sono accorto con il tempo, di questo. Quando, ad esempio, ho dovuto ricostruire con fatica l'esame di quinta elementare, la mia prima comunione, l'esame finale delle medie e, successivamente, anche quello di maturità, riedificando i ricordi a partire dal cumulo di macerie, in buona parte saccheggiate e polverizzate dalla tensione, che si era formato nella mia memoria. Per farlo ho usato spesso le testimonianze di persone che erano lì con me in quei momenti oppure, molto più spesso, mi sono servito di un'attenta osservazione delle persone che si erano venute a trovare nella stessa situazione.
Grazie, a questi espedienti, la cui obiettività biografica può essere discutibile, posso dire, con discreta convinzione di avvicinarmi alla verità, che in quel cortile mi ritrovai alquanto disorientato per la novità della situazione, certamente intimidito dalla presenza di tutte quelle persone a me sconosciute, in parte rassicurato dal vedere e salutare ragazzi che conoscevo e che appartenevano al mio passato come compagni di giochi, delle elementari o delle medie; infine, vagamente stordito da quella confusione sgradevole che si viene a creare in un gruppo di persone raggruppate ad aspettare e, perdonatemi l'abuso di enfasi, ignare della propria sorte.
Sulla base di quanto ho detto finora, qualcuno potrebbe farmi notare che, per quanto ne posso sapere io, avrei anche potuto essere lì ad attendere con qualcuno che conoscevo, mentre invece descrivo quella situazione come se fossi stato sicuramente da solo. Sarebbe un'acuta osservazione, tanto più che, a ben guardare durante gli anni successivi, mi sono accorto che la maggioranza dei "primini" si presentava al primo appuntamento in coppia con qualche amico o ex-compagno di scuola oppure, più raramente, in gruppi di tre o quattro, rimanendo poi ancorati alle proprie conoscenze fino all'ultimo, rimandando le conseguenze della paura di restare soli con gente che non si conosce a quando si sarebbero ritrovati in classe con i nuovi compagni. Alcuni, poi, pochi a dire la verità e non necessariamente più fortunati, tra i banchi scoprivano di essere con uno o due ragazzi che conoscevano, risparmiandosi così quasi del tutto lo spaesamento del trovarsi soli in un ambiente nuovo, che poi è una delle paure che, chi più chi meno, ci accomuna tutti.
Io, però, sono sicuro di avere aspettato là da solo, circondato da diverse persone che conoscevo, ma senza aggrapparmi ad esse perchè mi infondessero sicurezza. Non lo dico per pormi al di sopra delle più comprensibili emozioni umane, ma perchè fin dalle mie prime esperienze è stato così: sono sempre stato solo. Non intendo chiuso o introverso nei rapporti con le persone, ma parlo di quella solitudine che alcuni hanno nell'animo e tale per cui hanno sempre affrontato da soli gli eventi che la vita mette loro davanti.
Mi riferisco a quando entri in classe senza conoscere nessuno e "riparti da zero" conoscendoli uno per uno, magari anche quando i gruppi sono già costituiti. Mi riferisco a quando da bambino vedevo dei bambini giocare e, solo, vincevo la timidezza, naturale in quella situazione, chiedendo loro di giocare, a quando nelle colonie mi ritrovavo a partire senza conoscere nessuno e senza sapere chi avrei incontrato. Mi riferisco anche al fatto di non aver mai avuto un gruppo di amici fissi, con cui giocare e, divenuto più grande, con cui uscire e divertirsi: ho avuto alcune persone che sono rimaste nella mia vita come i miei genitori, qualche amico di infanzia e qualche compagno del liceo, pilastri sui quali sai che potrai contare sempre e il cui affetto si è rivelato puro e duraturo, non motivato, più o meno consciamente, da quel sentimento tanto diffuso nelle relazioni umane del non sentirsi soli, ma il resto delle frequentazioni sono durate solamente per alcuni periodi, durante i quali mi hanno dato tanto, senza però che io mi sia mai così disperatamente attaccato ad esse, barattando la mia libertà con l'illusione di essere meno solo.
Con solitudine, mi riferisco inoltre al fatto di non avere mai avuto qualcuno che mi presentasse le ragazze o avere mai usato i metodi comuni per cercare di conquistarle. Per dirla come spesso diciamo con un mio caro amico "Io, le ragazze, me le sono sempre dovute tutte baccajare da me". Questo non tanto per la sensazione di essere superiore o assolutamente il migliore sulla piazza, ma perchè... Bhè, è un discorso lungo e mi rendo conto che stiamo divagando e, per quanto, io ami le digressioni per libera associazione, è meglio che ritorniamo sui nostri passi. Avremo modo di parlare spesso di ragazze durante questa nostra chiacchierata.
Una volta arrivato in classe, insieme ai nuovi compagni, feci conoscenza con il professore di Italiano, che approfittò del nostro timore iniziale, più che comprensibile direi, per presentarsi ai nostri occhi pienamente vestito di quell'autorità che gli derivava dalla sua posizione, incutendo una grande soggezione in tutti noi. Nei giorni successivi si sarebbe poi rivelato per quella persona sensibile e amata dai suoi studenti che era in realtà. Bisogna aggiungere, inoltre, che le poche ore iniziali di lezione non mi avevano impedito di osservare per la prima volta i miei nuovi compagni, individuando le più carine della classe, i pochi maschi presenti oltre a me e interrogandomi su chi avrebbe avuto un buon rendimento a scuola e chi no. Il tutto nell'ordine in cui ho elencato.
All'uscita scambiai le prime brevi parole con i ragazzi della classe, solamente due in una classe di quindici alunni, mentre mi incamminavo verso la casa di mia nonna per andare a pranzo da lei, abitudine che avevo dalle medie e che continuai con costanza nei primi anni di liceo e più sporadicamente durante gli ultimi due.

domenica 3 giugno 2007

Idee per un romanzo - Parte III

I personaggi narrano, pensano, riportano per iscritto cose di altri trovate o sentite (manoscritto su un filosofia affine allo Strutturalismo, dove si dimostra come nelle azioni umane non esista il libero arbitrio, ma solo condizionamento esterno o autocondizionamento, potrebbe essere un'idea molto fertile in questo senso), ma essi soprattutto vivono! Vivono!
Deve essere dinamico e riflessivo al tempo stesso. Tutto il romanzo deve essere concepito non come scritto per il gusto di scrivere, ma creato per essere un'opera d'Arte.
Voglio un personaggio inquietante che ci accompagni per tutto il racconto: deve parlare poco, agire poco, scrivere poco e evocare molto con questo suo "non fare", quasi come il monolite di pietra nera di 2001 Odissea nello spazio. Una sorta di raisonneur muto, di artefice e spettatore delle vicende umane.
Magari nel mezzo dell'opera far dire a un personaggio ciò che è la poetica su cui si regge l'intero romanzo,ossia ciò che ho scritto qui.