venerdì 25 maggio 2007

Il re che non manteneva le promesse

C’era una volta un re di nome Melanione. Egli regnava con saggezza, furbizia e generosità su un paese di nome Drimbad e per questo era acclamato e benvoluto dal suo popolo.
Un brutto giorno, però, un folletto, di nome Yocapuk, fu offeso in modo molto grave dal re. Andò su tutte le furie e disse:
"Me la pagherai! Ah, se me la pagherai!"
Detto questo, il folletto gettò su Drimbad un incantesimo, il quale non faceva più mantenere le promesse fatte. Incominciarono, così, a crearsi discordie, disaccordi e litigi tra i sudditi. L’incantesimo si abbattè in particolar modo sulla reggia, facendo diventare il re Melanione malvisto dinanzi agli occhi di tutti.
Il re era disperato: oltre all’incantesimo, infatti, il folletto aveva mandato un orco gigantesco a distruggere i campi e i raccolti di Drimbad, minacciando di carestia il reame.
Un bel giorno, però, un giovane si presentò alla corte:
"Maestà" disse "io in cambio di uno dei suoi sette cavalli alati, libererò Drimbad dall’orco che devasta i suoi campi, minacciandola di lunga carestia".
Al re quella proposta non sembrò vera e accettò senza esitazione, dando al giovane una splendida armatura d’oro con un cavallo per affrontare l'orribile bestia.
Il guerriero si avviò alla ricerca dell’orco per campi e monti e, quando lo trovò, lo sfidò. Il giovane impugnò saldamente la spada e l’alzò sferrando un colpo che fu abilmente evitato dall’orco, il quale, a sua volta, tirò un pugno così potente da rompergli lo scudo. Ma il giovane cercò di colpirlo nuovamente con la spada. L’orco parò il colpo. Sollevò poi il guerriero in aria e lo scaraventò sessanta metri più in là. Il giovane si riprese velocemente dalla botta e si rimise in piedi. Estrasse un pugnale lungo circa cinquanta centimetri e prese di mira la fronte dell’orco: sapeva che non poteva sbagliare, altrimenti sarebbe stata la sua fine. Il guerriero scagliò velocemente il pugnale contro l’orco: esso roteò, si girò su se stesso, andando a conficcarsi dritto nella fronte dell’orco, che emise un ruggito di dolore e cadde pesantemente a terra, senza vita. Il giovane guerriero aveva vinto la sfida, anche se a caro prezzo.
Ritornò dal re Melanione, chiedendogli la ricompensa pattuita, ma il re gliela negò e non mantenne la promessa fatta. Il giovane, allora, radunò tutti i suoi amici, molti di essi valorosi guerrieri delle altre città, e insieme espugnarono Drimbad, esiliando il re e i suoi sudditi, che, rimasti senza città, incominciarono a girovagare per il mondo, trasmettendo di generazione in generazione l’incantesimo dello gnomo.
Circa tre secoli dopo, un ragazzo di tredici anni, mentre pascolava le pecore, vide casualmente il folletto Yocapuk, mentre prendeva il sole immerso nel verde di una radura. Lo supplicò:
"Per favore, per favore, Yocapuk! Ti supplico in nome di tutti, toglici il terribile incantesimo e io farò qualsiasi cosa per te!"
Lo gnomo rispose:
"E così sia! Ora ho tolto l’incantesimo e in più ti ho dato il potere di costruire case e interi paesi senza fatica. Adesso tu andrai da quelli che da oggi in poi chiamerai tuoi sudditi e costruirai un paese con il mio nome in modo che vi ricorderete dell’incantesimo che vi ho inflitto molti anni fa e saprete imparare dai vostri errori.”
Il ragazzo ringraziò e corse dal suo popolo, il quale lo elesse re. Egli costruì un bellissimo e ricco paese, a cui diede il nome di Yocapuk e visse felice e contento insieme ai suoi sudditi per lungo tempo.

giovedì 24 maggio 2007

Idee per un romanzo - Parte II

Voglio un'ambientazione importante, o meglio, rilevante in sé stessa. Anzi, voglio che ogni cosa all'interno del libro sia accuratamente pensata e pesata: tutto deve avere un motivo per cui è lì. Ogni elemento dev'essere perfettamente integrato con il tutto del romanzo. Ogni parola, gesto che compiono e dicono i personaggi dev'essere significativo.
Vedo un'ambientazione "profetica", strettamente connessa alla realtà attuale, ma forse non in modo diretto. Un'ambientazione metaforica, evocativa e, perchè no, magari in alcuni tratti anche fantastica, ma che sappia parlare anche e soprattutto del presente.
Voglio uno stile eclettico, a seconda di ciò che scrivo e di ciò di cui scrivo. Vicino a quello di Pirandello, ma più semplice e meno involuto, con la stessa potenza evocativa dell'inconscio di Proust, ma meno denso e impregnato di sfumature oniriche marcate, con la stessa apertura agli esperimenti linguistici di Joyce, ma più attento al risultato comunicativo. A tratti voglio lo stesso occhio e la stessa complessità nel presentare i grandi temi della natura umana di Kubrick, ma meno inquietante e ironicamente rassegnato. Voglio la mia attenzione sempre rivolta ai "Classici", ma senza la pesante polverosità che spesso richiama questo termine.

mercoledì 23 maggio 2007

Anna

7 gennaio 2004. Da qualche parte sulle Alpi francesi.

E' passata. Come una tempesta spietata e furiosa mi ha travolto. Non voglio dire banalità, ma penso che stavolta non riuscirò a farne a meno, poichè sto scrivendo solo ed esclusivamente per sfogarmi e per far passare il tempo, che sembra non scorrere mai mentre sono qui in trepidante attesa di uno squillo, di un segno di lei. Non glielo volevo neanche dare, il numero, forse per non soffrire, forse perchè mi sembrava fuori luogo chiederglielo. Perchè sapevo che domani sarebbe stato l'ultimo giorno in cui l'avrei rivista. Me l'ha scritto lei: mi ha chiesto se poteva scrivermi il suo numero sul telefono. Io ho finto di non capire, ma poi gliel'ho dato.
Ora mi accorgo che non posso fare a meno di pensare a lei. Chiudo gli occhi e inesorabilmente mi compaiono i suoi, pieni di luce che mi sorridono. Ce l'ho nella testa e per ora non mi preoccupa quello che diceva Montale in una sua famosa poesia, perchè posso ancora vederla e sognarla nitida e vivida, quasi reale, di fronte a me, e nessuna forbice riuscirebbe mai a tagliarla.
Dire che lei è bellissima, lo dicono già gli altri. Anzi no, loro dicono che è "una gran pezza di figa". E non è la stessa cosa: tra bella e figa c'è un abisso più profondo e cupo della disperazione, non meno vertiginoso della paura, terribilmente più vacuo del buio. Lei è bella. E per me è diventata sublime, se per sublime si intende "a terrible beauty".
Niente baci, niente carezze, niente di tutte quelle cose che farebbero due che si piacciono. Solamente sguardi, occhi che vibrano in sintonia, labbra che tentano di capirsi. Parole. Due mondi diversi che si incontrano per pochi giorni, per dirsi con gli occhi tutto ciò che vorrebbero fare.
Il suo incontro mi ha fatto sentire per la prima volta bis...


Trovai questa pagina ripiegata sopra il marciapiede di una stradina, probabilmente smarrita accidentalmente e scoprii questo breve brano scritto a mano, quasi senza nessuna cancellatura, con la scrittura allungata e furiosa che tradiva un disperato tentativo da parte dell'autore di mantenersi composto e lucido di fronte a un sentimento che, a quanto pare, lo stava divorando.
La raccolsi e la conservai a lungo. Ora, ho pensato di condividerla con tutti i lettori di questo blog, nella speranza che tra essi si ritrovi, leggendosi, l'autore di queste righe e magari voglia spiegarmi come sia poi davvero finita la sua storia e, soprattutto, il perchè di una così brusca interruzione nel vivo dell'impeto creativo che ha reso questo sfogo per sempre incompiuto. O se invece si è trattato solamente di un amore vividamente sognato e immaginato, interrottosi di fronte al muro concreto della realtà.

Idee per un romanzo - Parte I

Un romanzo aperto, in cui raccogliere le mie riflessioni, mettendole sulla bocca di altri. Un finto protagonista, intorno a cui dovrebbe svolgersi una storia semplice, di per sè stesso banale, ma che consente ampi sbocchi letterari e narrativi.
La trama deve essere dinamica: voglio personaggi che vivono, agiscono come in un romanzo, ma voglio anche spazio, ampio spazio, per riflessioni, stralci di "romanzi nel romanzo", fusione di più generi letterari (sia storico-temporali, come il Surrealismo di Becket o nello stile de "Il piacere" di D'Annunzio, sia puramente tecnici, come il dialogo filosofico, epistolografia, diario personale, eccetera...).
Per quanto riguarda la vicenda che costituirà l'ossatura del romanzo sono più propenso per scegliere una storia fittizia, banale, come i "Promessi Sposi", attorno a cui sviluppare tematiche sociali, storie di monache di Monza, parlare di personaggi come nel romanzo manzoniano, ma inserendo anche altre storie, differenti per luogo e tempo e genere, magari scritte da ipotetici "altri".
Un'atmosfera che risulti leggera e carica di un sottile velo ironico e umoristico, nel senso "pirandelliano" del termine, che non sfocia, però, in alcun tipo di pessimismo: un'ironia amara che trasuda di speranza.
E soprattutto voglio la leggerezza: concetti difficili e complessi, percorsi all'interno della nostra psiche più profonda, un continuo interrogarsi su sè stessi e sul mondo vanno espressi in modo semplice, ma non superficiale, adeguatamente approfondito, ma non avvolto in un'opaca patina di pesantezza barocca.
Non voglio che il lettore fatichi a seguire. Deve esserci continuità e non interruzione, come si rischia di fare saltando con troppa facilità e un eccessivo gusto sperimentalista, da un genere all'altro, da una vicenda a un'altra che magari successivamente si inserisce nella prima, dalla riflessione di un qualche personaggio a un'altra.
Il romanzo deve racchiudere in sè anche la poesia, soprattutto come esempio più perfetto di labor limae, ma anche sviscerata in tutte le altre infinite potenzialità che offre all'uomo (lirica, consolazione, tentativo di raggiungere l'Assoluto o il Bello in sè,...).

L'Età dell'oro - Voci dal passato I

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli Immortali che hanno le olimpie dimore.
Erano ai tempi di Crono, quand'egli regnava nel cielo;
come Dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava
la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di [braccia],
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c'era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti,
sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti,
ricchi d'armenti, cari agli Dèi beati.

Esiodo "Le Opere e i giorni"

martedì 22 maggio 2007

L'Età dell'oro - Proemio

Muse di Pieria, che date la gloria coi canti,
Zeus qui ora cantate, al Padre vostro inneggiando:
per opera sua gli uomini sono illustri e oscuri,
noti e ignoti, a piacimento di Zeus grande.
Facilmente Egli dona la forza, facilmente abbatte chi è forte,
facilmente umilia chi è grande e l'umile esalta,
facilmente raddrizza chi è storto e dissecca chi è florido,
Zeus che tuona profondo ed abita le eccelse dimore.
Ascoltami, a me guardando e porgendo l'orecchio:
con giustizia le sentenze raddrizza,
Tu; io a Perse voglio alcune verità raccontare.

Esiodo "Le Opere e i Giorni"

lunedì 21 maggio 2007

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