lunedì 19 novembre 2007
L'Età dell'oro - Capitolo V - "I primi passi"
da "Le mie memorie liceali: amori e storie di Francesco Salviati"
Fu l'ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze di Natale, che capii che lei sarebbe stata la prima.
La prima del liceo, ben inteso, perché i miei primi baci in assoluto li avevo già sparsi e sprecati, con scarso apprezzamento oltretutto, durante l'estate che separa la terza media dall'inizio delle superiori. I risultati di quelle poche, nuove esperienze estive erano stati qualche risata di scherno da parte della sventurata che aveva dovuto baciarmi controvoglia durante il gioco della bottiglia e un gran male alla mandibola il giorno dopo avere passato tutta una serata a "limonare" con una ragazza della colonia estiva. La prima si chiamava Gaia e si accorse immediatamente che non avevo mai baciato, nonostante io avessi poi continuato per giorni a ribattere, a lei e alle sue amiche divertite, che mi ero già "fatto" un bel po' di ragazze; quella che non ci sapeva fare in realtà era lei. Di Sara, invece, le ragazza della colonia, oltre al male alla mandibola "post limonata", ricordo anche il terribile sapore di pasta al salmone che aveva la sua bocca, al cui pensiero un sottile senso di nausea mi assale ancora adesso.
A onor di cronaca riguardo quegli anni prima del liceo, c'è da dire che, sebbene fino a quel momento le mie esperienze effettive si riducessero a questi unici episodi, avevo sempre avuto un discreto numero di ragazze a cui piacevo. Ripensandoci, dovevo essere proprio "addormentato" per non accorgermene e per non cogliere le occasioni al volo quando mi si presentavano: per uno strano, inspiegabile motivo, che non identificherei nella sola timidezza e diffidenza verso l'altro sesso, guardavo e mi attraevano le ragazze, ma al momento decisivo mi tiravo sempre indietro. E lo facevo anche e soprattutto con chi mi piaceva, come quella volta in prima media che una ragazzina, Nicole, la quale mi era tutt'altro che indifferente, mi aveva mandato un bigliettino: "Caro Francesco - diceva - tu mi piaci molto: vuoi metterti con me?". Seguivano un "sì" e un "no" in stampatello, ciascuno contenuto in un quadratino, e l'invito a mettere la crocetta dovevo preferivo. Per quel singolare, insondabile motivo spiegato sopra misi una croce sul "no" e buttai il messaggio nel cestino della carta. Un'altra volta passai l'intera gita di terza media circondato e coccolato da così tante ragazze che mi bastava sedermi e scegliere chi volevo, mentre non facevo altro che sospirare invano dietro a un'amica che tale voleva rimanere con me. E' molto probabile, però, che, se per qualche poco plausibile gioco del destino lei avesse deciso finalmente di rivolgermi un'attenzione che andasse oltre la pura amicizia, io mi sarei ritirato gradualmente, concludendo nel solito "nulla di fatto". Nella stessa gita trascorsi, poi, l'intero viaggio di ritorno, otto ore, in pullman seduto di fianco a una ragazza che non si stancava mai di dirmi, con la sua semplicità di tredicenne, che le piacevo tantissimo, che ero bello e altre cose simili. Chiara, si chiamava, e abitava nella casa di fianco a quella del mio migliore amico delle elementari; pochi mesi fa ho saputo che, a distanza di otto anni da quelle plateali e ingenue dichiarazioni, si è sposata e forse avrà già anche un figlio.
Inoltre, durante l'inverno della terza media conobbi, allenandomi sugli sci, Barbara, di due anni più piccola di me. Credo che quello fu ciò che la gente chiama il primo grande amore, la prima volta che mi sentii dire "ti amo" e che lo dissi anche io. Fu una storia più platonica che effettiva: ci vedevamo durante i pochi allenamenti svolti insieme e durante le gare, perché eravamo in due squadre diverse e abitavamo a una distanza che per quell'età era come andare da Londra a New York. Fu una storia ingenua, fatta di messaggi SMS e timidi dialoghi impacciati quelle poche volte che ci si incontrava sulle piste; una storia dove ci fu un solo bacio, e a stampo per giunta! Durò due anni in tutto, ossia fino all'estate della quinta ginnasio. Come si può intuire e si capirà in seguito, non fu una relazione così vincolante, anzi credo che non lo sia stata per nulla, dal momento che, durante quei due anni di più o meno esplicito e altalenante fidanzamento, molte altre ragazze, ben più reali e presenti, ci furono per me e, è lecito credere, diversi altri ragazzi ci furono per lei. In ogni caso il suo passaggio nella mia vita lasciò dentro di me emozioni e sensazioni fino ad allora mai provate: fu la prima con cui mi illusi di sperimentare quel senso di unicità dell'amore in cui ho sempre creduto, fu la prima con la quale sentivo che c'era quel "qualcosa di più" rispetto alle altre ragazze, fu la prima con la quale esercitai i miei primi, grossolani, tentativi di romanticismo, fu la prima che credetti di amare e da cui fui ricambiato. Con tutte le evidenti contraddizioni della nostra storia, dunque, Barbara fu la mia prima ragazza. E questo è il motivo per cui, a distanza di anni, io la ricordi ancora con affetto.
Mi accorgo solo ora di come mi sia dilungato più di quanto previsto e di come non abbia ancora detto nulla al riguardo di quell'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, al mio primo anno di ginnasio. Vogliate scusarmi e comprendermi, perché non sempre è facile restare razionali e impassibili davanti ai ricordi che fluiscono caldi e coinvolgenti, senza un ordine preciso dai meandri giovanili, ormai impolverati, della memoria.
Erano poco più di tre mesi che frequentavo il liceo e avevo avuto modo di conoscere molti ragazzi e ragazze di altre classi, per lo più miei coetanei, ma anche qualcuno degli anni successivi. Come previsto, per l'ultimo giorno era stata concessa una sospensione ufficiosa delle lezioni perché queste ultime cedessero il posto alla consueta festa natalizia organizzata dagli studenti. La festa a dire il vero si svolse senza nessun particolare colpo di scena, ma quando, intorno a mezzogiorno, la maggioranza degli studenti, me compreso, cominciarono ad andarsene, venne anche il momento dei saluti. E fu proprio mentre stavo per uscire da scuola che incrociai lo sguardo di Laura, una ragazza, anche lei, al primo anno di ginnasio, ma nell'altra sezione. Ci conoscevamo già e io accennai a salutarla da lontano. Lei si fermò e, con mia sorpresa, venne verso di me e mi diede i soliti due baci alternati sulle guance. Non era certo la più bella del liceo, e nemmeno del ginnasio; non era neanche la prima volta che una ragazza mi salutava con il doppio bacio, ma il suo profumo, unito al contatto con le sue guance insolitamente morbide e il modo con cui lo fece crearono uno di quei momenti in cui il presente si svela. Un flash, un'istantanea folgorazione, che avrei imparato a riconoscere bene negli anni a venire, dove riesci a vedere con incredibile chiarezza il tuo futuro con una ragazza.
E capii che Laura sarebbe stata la prima che avrei baciato in quel liceo.
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