Voglio più tipi di narratori all'interno del libro, magari anche di terzo o quarto tipo. Voglio un dialogo continuo con i "Classici", ma non una manieristica imitazione di essi, bensì un rapporto diretto, che però tenga del presente in cui l'autore vive.
Quando il narratore diventa direttamente colui che scrive il romanzo, voglio che sia il più impersonale possibile, ma anche profondamente umano: deve accompagnare e sorreggere il lettore, deve dargli fiducia, non come farebbe un Deus ex machina esterno alle vicende umane, ma prima di tutto come uomo. Senza patetici slanci compassionevoli, senza il distacco quasi stupito di fronte al mistero dell'esistenza umana, ma con la sensibilità e il sorriso amaro di chi condivide le stesse difficoltà esistenziali, la stessa "pena di vivere così". Voglio che il primo narratore sia un compagno, un amico quasi, per chi legge. Voglio che chi scrive entri in confidenza, trasmetta fiducia al lettore, mostrandosi consapevole che siamo tutti personaggi che recitano la stessa tragedia, ma anche fiducioso nelle infinite capacità dell'uomo e, soprattuto, in ciò che più lo rende unico: il logos in senso lato.
A questo proposito l'ambientazione potrebbe essere una sorta di negazione, o tentativo, di ciò che costituisce l'unico motivo di dignità dell'uomo. Trovare elementi inquietanti nel mondo odierno (se ne possono trovare diversi e variegati) e portarli alle estreme conseguenze in uno scenario futuro, non necessariamente troppo lontano sarebbe un'idea interessante e meritevole, se affrontata in modo accorto e accurato, evitando una sciocca superficialità intrisa di qualunquismo.
martedì 5 giugno 2007
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento