venerdì 7 dicembre 2007

L'Età dell'Oro - Capitolo VI - "Sul treno"

Lorenzo salì sul treno per Torino e si sedette nel primo posto vuoto che trovò. Guardò gli altri passeggeri salire dopo di lui e riempire prima i restanti posti liberi, poi il corridoio fino a quando l'intero scompartimento fu così pieno che non fu più possibile muoversi in alcuna direzione.
Il ragazzo ringraziò tra sé per essere riuscito a sedersi, ma, anziché maledire, come spesso faceva, il degrado ormai sempre più insostenibile delle Ferrovie, sprofondò nel suo sedile, crogiolandosi nel tepore mattutino che gli trasmetteva il cappotto. Guardava i campi induriti dal freddo di fine novembre e gli alberi ormai spogli con sollievo, mentre sentiva le sue dita, intirizzite per la lunga corsa in bicicletta da casa sua fino alla stazione, riacquistare sensibilità.
Quel giorno aveva deciso di non andare all'Università, ma, seguendo un irresistibile bisogno di solitudine, sarebbe andato a sedersi su qualche fredda panchina del Valentino, quel parco sulle rive del Po che lui tanto amava e che diverse volte aveva fatto da piacevole sfondo ai suoi incontri amorosi. Tra le gambe teneva il suo zaino di scuola, semivuoto per lo più, ma aveva comunque dovuto portarselo dietro perché a casa, il suo, sembrasse a tutti un ordinario giorno di vita da studente universitario.
Quel giorno, invece, lui si sarebbe tenuto ben lontano dalle mura di Palazzo Campana, storica sede della Facoltà di Matematica dell'Università degli Studi di Torino alla quale si era iscritto cinque anni prima, terminato il liceo e, invece di scendere, come di consueto, a Porta Susa, avrebbe proseguito fino a Porta Nuova, da dove avrebbe poi preso il tram numero 9, che alcuni suoi amici che studiavano alla Facoltà di Fisica chiamavano, con non poco ironico egocentrismo, "il tram dei Fisici", in quanto faceva capolinea proprio dinanzi alla loro Facoltà e quasi tutti loro lo prendevano ogni mattina.
In realtà il 9, oltre che a Fisica, portava anche al Valentino, costeggiando il parco lungo tutta la sua lunghezza mentre scendeva per corso Massimo d'Azeglio, via, di giorno caotica e molto trafficata, che di notte aveva ormai legato il suo nome alla presenza massiccia di prostituzione maschile e femminile. A dire il vero, tutta la zona di notte si trasformava e lo stesso Valentino, da luogo idilliaco e romantico per innamorati ai primi incontri, ma anche per coppie di lunga data e per studenti in cerca di tranquillità e concentrazione in mezzo al verde, diveniva luogo di incontro preferito per tossicodipendenti e spacciatori, i quali trovavano nel buio e nella grande estensione del parco una facile via di fuga nel caso vi fosse stata una "retata" della polizia.
Lorenzo guardò fuori dal finestrino e cercò di capire perché quel giorno sentiva quel bisogno così forte di riflettere e di cercare quella tranquillità di pensiero che si trova solo quando si è soli. Non era successo niente degno di nota in quei giorni, o meglio, nulla che potesse giustificare quel suo stato d'animo così inquieto, così incostante e sfuggente. Sentiva un sentimento struggente pervaderlo, un misto di malinconia e ispirazione, un confuso collage di sensazioni che si mischiavano dentro di lui e sembravano avvolgerlo tutto. Guardava la campagna gelata, interrotta dai freddi capannoni industriali di metallo e un leggero affanno lo coglieva quando cercava di penetrare l'intangibilità di quel suo stato d'animo. Più che pensieri, i suoi erano flash, fotogrammi che apparivano e scomparivano, alternandosi, ora a ritroso, ora in avanti, nel tempo e nello spazio. Quelle immagini fumose comparivano sotto forma di ricordi, sogni e persone, soprattutto ragazze, giacché sapeva che ciò che provava era dovuto quasi certamente a una ragazza. Non di quelle con cui era già stato, altrimenti se ne sarebbe accorto sul momento, ma era quasi certo che si trattasse di una ragazza conosciuta di sfuggita o forse solo vista per pochi, pochissimi istanti. Un incrocio di sguardi, un contatto involontario o magari il ricordo di un profumo lontano in mezzo ad altri mille dovevano avere lasciato dentro di lui un segno nascosto, come un seme ben coperto sotto la terra, che ora stava germogliando senza che lui sapesse a chi apparteneva.
Mentre era completamente assorbito in questi suoi pensieri, lo sguardo si posò sul passeggero seduto di fronte a lui. Era una ragazza e, probabilmente, lo stava guardando da un po', sicuramente incuriosita dal singolare atteggiamento che teneva il suo compagno di viaggio.
Lorenzo si rese conto di non avere fatto nulla per non fare trasparire le sue ansie e con una punta di leggero imbarazzo sorrise alla ragazza.
Tornò a fissare fuori dal finestrino, ma ormai il flusso di coscienza era stato interrotto e non riusciva più a riprendere il filo, la sua concentrazione era venuta meno e, inoltre, c'era qualcos'altro lo incuriosiva. Dopo pochi istanti, alzò nuovamente lo sguardo di fronte a sé: la ragazza adesso stava guardando fuori dal finestrino, mentre tra le mani teneva un minuscolo lettore MP3 dal quale partivano i due fili degli auricolari che si inerpicavano sparendo sotto la giacca fino a spuntare dal colletto, sotto il mento, laddove si dividevano, andando a nascondersi l'uno a destra e l'uno a sinistra sotto i capelli biondo scuro che giungevano quasi alle spalle. A ripensarci, quella ragazza, la vedeva spesso in treno e ma solo in quel momento l'aveva guardata con attenzione: c'era qualcosa di strano in lei e in un certo senso si percepiva un visibile contrasto, osservandola. Bella? Forse, ma chi poteva dirlo, dal momento che sembrava nascondersi dietro dei vestiti poco vistosi e un trucco quasi inesistente. La sua età, poi, anche quella era incerta: forse andava all'Università, ma non c'era sicurezza alcuna, se non il fatto che andasse regolarmente a Torino da un paese limitrofo. A ben pensarci poteva anche frequentare un liceo di Torino, ma gli sembrava poco probabile, dal momento che avrebbe potuto scegliere una scuola superiore anche nel suo paese. Apparentemente impassibile, avevi la sensazione che nulla le sfuggisse di ciò che le stava intorno e le cuffie alle orecchie non sembravano il reale centro della sua attenzione. Ogni tanto schiacciava qualche pulsante a caso, fingendo una concentrazione innaturale sul suo lettore.
D'improvviso Lorenzo ebbe la chiara e netta sensazione che la ragazza, seppur senza darlo a vedere, fosse concentrata su di lui.
Proprio mentre stava pensando questo, lei si voltò a guardarlo come disturbata da quello sguardo indagatore e lui si ritrovò nuovamente con l'imbarazzante sensazione che lei gli avesse potuto leggere nel pensiero anche stavolta.

lunedì 19 novembre 2007

L'Età dell'oro - Capitolo V - "I primi passi"


da "Le mie memorie liceali: amori e storie di Francesco Salviati"

Fu l'ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze di Natale, che capii che lei sarebbe stata la prima.
La prima del liceo, ben inteso, perché i miei primi baci in assoluto li avevo già sparsi e sprecati, con scarso apprezzamento oltretutto, durante l'estate che separa la terza media dall'inizio delle superiori. I risultati di quelle poche, nuove esperienze estive erano stati qualche risata di scherno da parte della sventurata che aveva dovuto baciarmi controvoglia durante il gioco della bottiglia e un gran male alla mandibola il giorno dopo avere passato tutta una serata a "limonare" con una ragazza della colonia estiva. La prima si chiamava Gaia e si accorse immediatamente che non avevo mai baciato, nonostante io avessi poi continuato per giorni a ribattere, a lei e alle sue amiche divertite, che mi ero già "fatto" un bel po' di ragazze; quella che non ci sapeva fare in realtà era lei. Di Sara, invece, le ragazza della colonia, oltre al male alla mandibola "post limonata", ricordo anche il terribile sapore di pasta al salmone che aveva la sua bocca, al cui pensiero un sottile senso di nausea mi assale ancora adesso.
A onor di cronaca riguardo quegli anni prima del liceo, c'è da dire che, sebbene fino a quel momento le mie esperienze effettive si riducessero a questi unici episodi, avevo sempre avuto un discreto numero di ragazze a cui piacevo. Ripensandoci, dovevo essere proprio "addormentato" per non accorgermene e per non cogliere le occasioni al volo quando mi si presentavano: per uno strano, inspiegabile motivo, che non identificherei nella sola timidezza e diffidenza verso l'altro sesso, guardavo e mi attraevano le ragazze, ma al momento decisivo mi tiravo sempre indietro. E lo facevo anche e soprattutto con chi mi piaceva, come quella volta in prima media che una ragazzina, Nicole, la quale mi era tutt'altro che indifferente, mi aveva mandato un bigliettino: "Caro Francesco - diceva - tu mi piaci molto: vuoi metterti con me?". Seguivano un "sì" e un "no" in stampatello, ciascuno contenuto in un quadratino, e l'invito a mettere la crocetta dovevo preferivo. Per quel singolare, insondabile motivo spiegato sopra misi una croce sul "no" e buttai il messaggio nel cestino della carta. Un'altra volta passai l'intera gita di terza media circondato e coccolato da così tante ragazze che mi bastava sedermi e scegliere chi volevo, mentre non facevo altro che sospirare invano dietro a un'amica che tale voleva rimanere con me. E' molto probabile, però, che, se per qualche poco plausibile gioco del destino lei avesse deciso finalmente di rivolgermi un'attenzione che andasse oltre la pura amicizia, io mi sarei ritirato gradualmente, concludendo nel solito "nulla di fatto". Nella stessa gita trascorsi, poi, l'intero viaggio di ritorno, otto ore, in pullman seduto di fianco a una ragazza che non si stancava mai di dirmi, con la sua semplicità di tredicenne, che le piacevo tantissimo, che ero bello e altre cose simili. Chiara, si chiamava, e abitava nella casa di fianco a quella del mio migliore amico delle elementari; pochi mesi fa ho saputo che, a distanza di otto anni da quelle plateali e ingenue dichiarazioni, si è sposata e forse avrà già anche un figlio.
Inoltre, durante l'inverno della terza media conobbi, allenandomi sugli sci, Barbara, di due anni più piccola di me. Credo che quello fu ciò che la gente chiama il primo grande amore, la prima volta che mi sentii dire "ti amo" e che lo dissi anche io. Fu una storia più platonica che effettiva: ci vedevamo durante i pochi allenamenti svolti insieme e durante le gare, perché eravamo in due squadre diverse e abitavamo a una distanza che per quell'età era come andare da Londra a New York. Fu una storia ingenua, fatta di messaggi SMS e timidi dialoghi impacciati quelle poche volte che ci si incontrava sulle piste; una storia dove ci fu un solo bacio, e a stampo per giunta! Durò due anni in tutto, ossia fino all'estate della quinta ginnasio. Come si può intuire e si capirà in seguito, non fu una relazione così vincolante, anzi credo che non lo sia stata per nulla, dal momento che, durante quei due anni di più o meno esplicito e altalenante fidanzamento, molte altre ragazze, ben più reali e presenti, ci furono per me e, è lecito credere, diversi altri ragazzi ci furono per lei. In ogni caso il suo passaggio nella mia vita lasciò dentro di me emozioni e sensazioni fino ad allora mai provate: fu la prima con cui mi illusi di sperimentare quel senso di unicità dell'amore in cui ho sempre creduto, fu la prima con la quale sentivo che c'era quel "qualcosa di più" rispetto alle altre ragazze, fu la prima con la quale esercitai i miei primi, grossolani, tentativi di romanticismo, fu la prima che credetti di amare e da cui fui ricambiato. Con tutte le evidenti contraddizioni della nostra storia, dunque, Barbara fu la mia prima ragazza. E questo è il motivo per cui, a distanza di anni, io la ricordi ancora con affetto.
Mi accorgo solo ora di come mi sia dilungato più di quanto previsto e di come non abbia ancora detto nulla al riguardo di quell'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, al mio primo anno di ginnasio. Vogliate scusarmi e comprendermi, perché non sempre è facile restare razionali e impassibili davanti ai ricordi che fluiscono caldi e coinvolgenti, senza un ordine preciso dai meandri giovanili, ormai impolverati, della memoria.
Erano poco più di tre mesi che frequentavo il liceo e avevo avuto modo di conoscere molti ragazzi e ragazze di altre classi, per lo più miei coetanei, ma anche qualcuno degli anni successivi. Come previsto, per l'ultimo giorno era stata concessa una sospensione ufficiosa delle lezioni perché queste ultime cedessero il posto alla consueta festa natalizia organizzata dagli studenti. La festa a dire il vero si svolse senza nessun particolare colpo di scena, ma quando, intorno a mezzogiorno, la maggioranza degli studenti, me compreso, cominciarono ad andarsene, venne anche il momento dei saluti. E fu proprio mentre stavo per uscire da scuola che incrociai lo sguardo di Laura, una ragazza, anche lei, al primo anno di ginnasio, ma nell'altra sezione. Ci conoscevamo già e io accennai a salutarla da lontano. Lei si fermò e, con mia sorpresa, venne verso di me e mi diede i soliti due baci alternati sulle guance. Non era certo la più bella del liceo, e nemmeno del ginnasio; non era neanche la prima volta che una ragazza mi salutava con il doppio bacio, ma il suo profumo, unito al contatto con le sue guance insolitamente morbide e il modo con cui lo fece crearono uno di quei momenti in cui il presente si svela. Un flash, un'istantanea folgorazione, che avrei imparato a riconoscere bene negli anni a venire, dove riesci a vedere con incredibile chiarezza il tuo futuro con una ragazza.
E capii che Laura sarebbe stata la prima che avrei baciato in quel liceo.

sabato 13 ottobre 2007

Il meraviglioso viaggio di Coracalì - Uno strano incontro II

Coracalì si chinò, con il naso quasi appiccicato a terra e rimase lì a fissare quella misteriosa conchiglia parlante venire verso di lei fino ad urtare proprio la punta del suo naso.
Timidamente la conchiglia si sollevò un poco e dall'apertura si affacciò uno strano animaletto, così piccolo e debole a vedersi da sembrare impossibile che fosse stato lui a parlare con tanto vigore fino a poco prima. Si guardarono curiosi per qualche istante in silenzio. Poi, la bambina lo anticipò: «Hai una storia anche per me?»
Ugo, il paguro, la scrutò con attenzione, gongolò, nicchiò e infine rispose: «Mi spiace, ma non credo che tu abbia nulla da darmi che mi interessi.» Si ritirò nel suo guscio e ricominciò ad avanzare strisciando, riprendendo la sua cantilena da dove era stato interrotto.
«Non ho niente da darti, ma se vuoi puoi venire ad abitare nella mia isola dove troverai tanti animali che vorranno sentire le tue storie» incalzò la bambina, trotterellandogli intorno.
Senza fermarsi, la conchiglia rispose: «Mi spiace, ma è troppo lontana e poi là non capirebbero le mie storie, perché non hanno mai visto la Grande Terra al di là dell'orizzonte.»
«Arrivi dunque da laggiù, tu? Io sto andando là e non ci sono mai stata. E' ancora molto lontana?» chiese meravigliata Coracalì. Vide la conchiglia sollevarsi leggermente, mentre avanzava: «Lascia perdere e non ci andare. Sei troppo piccola e finiresti solo per perderti per sempre.» disse l'animaletto dopo averla guardata dalla fessura.
«Non con un buona guida» ribatté pronta e allusiva la bambina dai capelli d'oro.
Quel singolare guscio mobile stavolta si fermò e si girò verso di lei: «Che cosa intendi dire?» chiese Ugo il paguro, uscendo fuori per più di metà dalla sua corazza protettiva.
«Che forse potresti accompagnarmi in quel luogo così nuovo per me, ma a te assolutamente familiare, in cambio di una conchiglia nuova più comoda e spaziosa.» disse Coracalì, sventolando una bellissima conchiglia appesa alla collana che portava al collo.
Ugo il paguro restò in silenzio a pensare, mentre la bambina lo guardava speranzosa.
«Avrei proprio bisogno di una casa nuova. Questa ormai è vecchia, anzi logora e quando piove entra acqua. Ma continuo a pensare che tu sia troppo piccola per andare nella Grande Terra. Comunque...» proseguì «penso che se io venissi con te avresti qualche possibilità in più di cavartela.»
«Dunque accetti?» domandò ansiosa Coracalì. «Accetto» le fece eco il paguro «ma viaggerò già da adesso comodamente alloggiato nella conchiglia della collana che mi hai promesso.»
La bambina con gli occhi ridenti fece salire Ugo il paguro sulla sua mano e lo sollevò fino all'altezza della collana, lasciando che prendesse posto dentro la sua nuova casa.
Poi montò in groppa e si strinse di nuovo forte all'animale che l'aveva accompagnata fin lì e gli sussurrò: «Andiamo. La Grande Terra ci aspetta».
Mentre partivano, abbassò lo sguardo verso Ugo il paguro, che, affacciato dalla sua collana, si stava godendo quel nuovo modo per lui di vedere il mondo dall'alto, e sorridendo disse: «Adesso me la racconti una storia?»

giovedì 11 ottobre 2007

Citazioni I


Veder cadere una foglia d'autunno è sempre una sensazione nuova. Pur fissando il ramo, non scorgi perché si stacca, né l'attimo preciso in cui lascia la vita.

Emiliano Rolla

lunedì 8 ottobre 2007

Il meraviglioso viaggio di Coracalì - Uno strano incontro I

Passarono i giorni e la piccola viaggiatrice si teneva stretta sul dorso dell'animale. Quando aveva fame, fischiava tre volte e il vento le portava bacche, foglie e piccole larve di cui cibarsi. Di notte dormiva sulla groppa dell'animale, il quale avanzava senza sosta lungo la via lasciata libera dal mare.
Se in un primo momento si era sentita felice ed eccitata all'idea di raggiungere quei luoghi a lei sconosciuti, quando invece si accorse che l'isola in cui aveva sempre vissuto non era più visibile dietro di lei e all'orizzonte ancora nessuna nuova terra era comparsa, si rese conto che si sarebbe trovata ben presto sola e che non sarebbe stata più protetta da quel nido, stretto, certo, ma anche sicuro e accogliente, dal quale proveniva.
Una notte Coracalì guardò l'infaticabile bestia sulla quale era seduta: «Fermati!» gli ordinò. Immediatamente si fermarono. «Perché ci siamo fermati?» chiese l'animale. La bambina dagli occhi indecisi si voltò a guardare il mare dietro di lei, che si era aperto per consentirle il passaggio. Rivolse poi il suo sguardo alla luna, che, argentea, rischiarava vigile il percorso e lasciò che una brezza leggera le scompigliasse i capelli d'oro. Infine, accarezzò il dorso del suo accompagnatore: «Non sono sicura di voler davvero lasciare l'isola».
Rimasero in silenzio dov'erano per un tempo indefinito. Coracalì era disorientata: sapeva che avrebbe dovuto scegliere da sola se proseguire o tornare indietro. Era curiosa di conoscere quel mondo così affascinante al di là dell'orizzonte, ma al tempo stesso era spaventata da ciò che avrebbe potuto trovare laggiù. Sentiva forte il richiamo dell'avventura, della conoscenza, ma voltandosi indietro avvertiva anche una dolorosa fitta che la faceva indugiare e percepiva come una perdita il suo allontanamento dall'isola e dalle sue ali rassicuranti e protettive.
Dopo un po' di tempo che era assorta nei suoi pensieri, le sembrò di sentire un suono lontano. Si concentrò per ascoltarlo meglio e si accorse che quel suono indistinto era diventato una voce cantilenante, che si avvicinava sempre più.
«... di animali fantastici e luoghi misteriosi sto per raccontarvi. Le virtù di eroi e liocorni esalterò, riportando alla memoria esemplari vicende ormai dimenticate. Gli abissi dell'animo saranno vostri, se vorrete conoscere che cosa si annida nella notte tra le vie della Grande Strada. Con storie di speranza riempirò le vostre orecchie; con le terrificanti vicende di Grundor ecciterò la vostra paura. L'emozione di una bella storia non ha prezzo, e il suo valore sarà tanto più alto quanto più sarete generosi. Perché io sono il grande, immenso, sconfinato cantastorie Ugo il paguro e dentro questa conchiglia porto con me la storia che vorreste sentire adesso.»
Coracalì si guardò intorno. La voce diventava sempre più vicina e più chiara. Guardando bene tra i sassi, i resti di alghe e la sabbia, la bambina dagli occhi curiosi notò una piccola conchiglia arrotolata a spirale che avanzava trascinandosi sul fondale asciutto del mare.

venerdì 14 settembre 2007

L'Età dell'oro - Capitolo IV - "I nuovi compagni"


da "Le mie memorie liceali: amori e storie di Francesco Salviati"

Fin dai primi giorni di ginnasio, forse per quel senso di solidarietà che si viene spesso a creare quando si è in minoranza (eravamo in classe con ben tredici ragazze), i miei unici due compagni maschi e io legammo molto. In particolare, un collante straordinario si era dimostrato il nostro comune interesse per le ragazze. Della classe prima di tutto, ma in generale finivamo spesso per aggirarci nei corridoi del liceo, durante l'intervallo o nelle ore "buche", alla ricerca di quelle gratificazioni contemplative inscindibilmente legate alla visione di una bella ragazza.
A ripensarci dovevamo sembrare piuttosto goffi e con non poca frivola ingenuità, ma ogni volta che un culetto sodo avvolto in pantaloni così stretti da potercisi specchiare, oppure una maglia attillata dal tessuto così fine da sembrare una seconda pelle, o anche solo un bel viso con trucco "bamboleggiante" catturavano la nostra attenzione, non potevamo fare a meno di trastullarci in quella sorta di masturbazione mentale collettiva.
I miei nuovi compagni erano decisamente diversi, sia per costituzione, sia per carattere. Diego, alto e energico, era anche impulsivo e con una fantasia particolarmente dotata nel creare fantasmagorici intrecci amorosi, ad alto tasso fisico, tra noi e le ragazze al centro delle nostre attenzioni. Lui ed io avevamo instaurato un rapporto esuberante, che non lesinava i pugni di sfida (venivano dati sulle spalle a turno e vinceva chi resisteva di più) e che ci portava spesso a competere in tutto: dalla corsa durante la lezione di Educazione fisica, ai voti dell'ultima versione di latino. Con il tempo si sarebbe poi creata un'intensa e sincera amicizia, ma troppo immatura per andar oltre l'inizio della prima liceo: anno, a partire dal quale incominciai ad avvicinarmi sempre di più a Emilio, l'altro mio compagno, scoprendo con quest'ultimo un'incredibile affinità per sensibilità, interessi e predisposizione alla riflessione. Lui al contrario del primo, non superava il metro e settanta, era di indole tranquilla e molto spesso assumeva comportamenti che dall'esterno lo facevano sembrare il vero e proprio prototipo del "gran bastardo": cinico, che pensa al suo interesse, usando cose e persone come mezzi. Con il tempo credo che in parte cambiò lui e in parte io imparai a conoscerlo e ad apprezzare ciò che più ci accomunava. Diego ed Emilio si distinguevano anche nei gusti femminili o meglio sulle parti che preferivano maggiormente delle ragazze: se l'uno era fortemente influenzabile da un bel "balcone fiorito", il secondo amava concentrare le sue attenzioni sui fondoschiena ben proporzionati che sfilavano sotto il suo naso.
Memorabili erano i nostri lunghi, interminabili discorsi sulle qualità "a posteriori" della Giulia, Alessandra o Manuela di turno, paragonate alle virtù dirimpettaie di quella-della-3B-Scientifico, che però non potevano competere con quanto erano "bone" Anna, Alessia e Federica. Erano parole, solo parole, inconcludenti parole, per lo più frutto di un'osservazione platonica dell'universo femminile, e come tali si alimentavano di fantasie e castelli di carta. Ma quelle lunghe discussioni costituirono anche il primo tentativo di conoscenza, scoperta e classificazione razionale dei miei rapporti con l'altro sesso. A questi discorsi devo la nascita in me dei primi embrioni di idea dei differenti tipi di bellezza femminile, del concetto di seduzione e della distinzione tra sesso e amore: tutte riflessioni che mi avrebbero accompagnato, crescendo in complessità e perfezionandosi gradualmente, negli anni a venire.

mercoledì 29 agosto 2007

Che cos'è l' Età dell'oro - I personaggi

L'Età dell'oro è un romanzo. O vorrebbe esserlo nelle intenzioni di chi scrive. Forse è anche meglio dire un romanzo sperimentale. Non un esercizio di scrittura, sia chiaro, ma un'opera pienamente strutturata attraverso cui l'autore ha intenzione di continuare il suo percorso letterario personale, fatto di prove, correzioni, tentativi, deviazioni e smussamenti. Un romanzo che gira intorno a temi di facile presa e anche quantomai popolari, come l'amore, il sesso e la seduzione. Il tutto ambientato in un ambiente giovanile dove i protagonisti avranno un'età compresa tra i dodici e, al più, i venticinque anni.
Un romanzo trino, nel senso che avrà tre protagonisti: tre ragazzi. Tre seduttori. Ognuno diverso e neanche tutti della stessa generazione. Tre ragazzi che sono già comparsi, ciascuno in uno degli ultimi capitoli scritti dell'Età dell'oro. Tre, il numero perfetto, come perfetta e la loro tecnica di seduzione. Anzi, forse in alcuni casi tanto perfetta non sarà, ma sicuramente sono i migliori, o quasi, nel loro campo. Francesco, Alessandro e Lorenzo.
Il primo è il personaggio più umano, quello che fa la sua comparsa ricordando in prima persona nel Capitolo III il suo primo giorno di liceo. Al momento in cui scrive le sue memorie è uno studente universitario, uscito due anni prima dal suo amato liceo. In un certo senso è il vero protagonista di tutta l'opera, perché è soprattutto a lui che si riferisce il titolo ed in fondo è con lui che si confronteranno sempre gli altri due personaggi. Penna fluida, non senza un velo d'ironia, Francesco racconta i suoi anni di liceo, concentrandosi sulle sue conquiste e su quello che gli è rimasto, con il distacco di chi guarda con nostalgia a un periodo florido della propria vita, consapevole che non può più tornare.
Alessandro è il ragazzo di cui si parla nella pagina di diario di Martina. Non è un coetaneo di Francesco, ma ha frequentato lo stesso liceo una decina di anni prima. Non comparirà mai in prima persona, ma sempre per bocca di altri. Pagine di diario di innamorate, racconti dei professori e di amici, lettere d'amore o epistolari vari, ma lui personalmente sarà solo il protagonista dei discorsi altrui, dei loro racconti che creano e alimentano il mito. E con cui Francesco dovrà fare i conti.
Infine, Lorenzo, che si colloca a metà dei due come età e che viene presentato per la prima volta nel Capitolo V. Non ha frequentato lo stesso liceo, ma un altro, poco lontano, in un'altra zona di Torino. E' un seduttore cinico, freddo ed estremamente calcolatore. Puntiglioso e assolutamente impassibile di fronte ai sentimenti delle ragazze. Non esiterà di fronte a nulla per raggiungere i suoi scopi. Quando lui è una giovane matricola universitaria, Francesco è al primo anno di liceo e i due, qualche anno dopo, finiranno per incontrarsi e, inevitabilmente, confrontarsi.
Tre personaggi, accomunati dall'innata predisposizione al successo con le ragazze, ma profondamente differenti per carattere, modi e esistenze. Tre personaggi di successo, ma portatori ognuno del marchio della tragedia. Una tragedia profonda, che si alimenta proprio di questa loro esistenza costellata di conquiste, drammi sentimentali, seduzioni e amori. Tre personaggi soli, destinati a una sorte incerta, in cui saranno loro, proseguendo capitolo per capitolo a scegliere il loro destino. La loro salvezza o la loro condanna.

martedì 28 agosto 2007

L'Età dell'oro - Capitolo III - "Arte e artificio"

La ragazza lo stava aspettando in piedi, vicino alla panchina. Non riusciva a sedersi e una sottile agitazione pareva scorrere in quella figura esile e dall'aspetto curato. Non un cenno degli occhi, non uno scatto delle sopracciglia o un'improvvisa contrazione delle mani tradiva il suo stato d'animo, ma un uomo di mezz'età e una giovane donna che passarono davanti alla panchina non poterono fare a meno di voltarsi in direzione della ragazza. Perché quella giovane, così sola, carina e rilassata, emanava in realtà una tensione palpabile e quella tempestosa impassibilità, in cui si avvolgeva, irradiava nell'aria un insieme di emozioni contrastanti e in logorante lotta tra loro.
Se, abbandonando per un attimo i propri progetti e pensieri quotidiani, qualcuno di quei frettolosi passanti si fosse fermato a osservare meglio, avrebbe potuto anche capire che la fanciulla stava aspettando una persona, probabilmente un ragazzo e che forse era anche al suo primo appuntamento con lui. Si sarebbe poi avveduto dal suo contegno che non era certamente un'ingenua fanciulla al suo primo incontro galante, ma che questa volta quella tensione, mascherata così bene, non era dovuta solamente alla concentrazione per esprimere il meglio di sé stessi durante l'incontro, ma anche alla sottile inquietudine di chi non sottovaluta la persona che sta per vedere. Era una cacciatrice, di questo era facile accorgersene, abituata a controllare ogni sua mossa con precisione e sempre decisa nel guidare il corso degli eventi e far sì che prendessero la piega che desiderava. Ma questa volta, evidentemente, sapeva che sarebbe stata una partita dura, condotta forse da pari a pari e dalla quale non era sicura di uscire vincitrice.
Lorenzo era in ritardo di diciotto minuti. Poteva permetterselo e al suo arrivo non si sarebbe giustificato. Mai l'aveva fatto e non l'avrebbe fatto neanche stavolta, sebbene sapesse che chi lo aspettava era assai più temibile di tutte le sciocche e ingenue ragazze di cui amava circondarsi. Ma sapeva anche che mai lei lo avrebbe chiamato dicendogli di fare in fretta, perché lo stava aspettando.
La partita era già cominciata e lui doveva giocarla al meglio per evitare che questa volta la preda si trasformasse in cacciatrice.
Era pomeriggio inoltrato e i raggi del sole, ormai prossimo al tramonto nel giro di un paio d'ore, giungevano filtrati da strati di nuvole opache, rendendo la giornata dai colori indefiniti e incerti. La ragazza lo vide arrivare da lontano, ma non si mosse, limitandosi a seguire con gli occhi quel suo incedere verso di lei con passo tranquillo e volutamente curato, in modo da risultare del tutto personale. Si accorse che il ragazzo controllava anche ogni più piccolo gesto e non lasciava trapelare nulla di ciò che in quel momento attraversava la sua mente. Era vestito in modo impeccabile, ma risultava di una naturalezza e una semplicità piacevolmente disarmanti. E allora capì perché lui era per gli altri ciò che era. "Ars est celare Artem", disse a sé stessa e il suo compagno di uscita in quel momento era la personificazione dell'essenza di quella frase.
«A donne non se la passava molto bene, ma certe sue poesie sono dei veri capolavori.» Quelle prime parole di lui le giunsero del tutto inaspettate, facendola trasalire.
«Di chi?» chiese. E come parlò si accorse di aver parlato stupidamente, mostrando la sua sorpresa e sapendo già a chi si riferiva.
Egli controllò il brivido di autocompiacimento in un sorriso appena accennato e con tono di ovvietà disse:
«Petrarca, no?! La vera Arte è nascondere l'artificio... l'hai sussurrato un attimo fa mentre stavo arrivando.» continuò con aria complice «Anche se, forse, leggendo alcuni suoi sonetti, era più facile a dirsi che a farsi...»
Nonostante l'effetto sorpresa l'avesse del tutto spiazzata, la ragazza acquisì nuovamente la compostezza necessaria a non far trasparire lo stupore per il fatto che il giovane le avesse letto le labbra. E fece capire al ragazzo, deluso per l'inaspettata mancanza di attenzione verso questa sua abilità, che non sarebbe stato facile mettere a segno un nuovo colpo.

mercoledì 22 agosto 2007

L'Età dell'oro - Voci dal passato II

Aurea prima sata est aetas, quae vindice nullo,
sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat.

Fiorì per prima l'Età dell'oro, nella quale, spontaneamente,
senza bisogno di giudici, senza bisogno di leggi,
si onoravano la lealtà e la rettitudine.

Ovidio "Metamorfosi"

giovedì 16 agosto 2007

L'Età dell'oro - Capitolo II - "Pagina di un diario di mezza estate"


Ventimiglia, lì 29 giugno 199...

Caro Diario,
è da molto tempo che non scrivo e non ti dedico le dovute attenzioni, riempiendoti con i miei soliti piccoli disegni, i biglietti usati del cinema o, ancora, riportando sulle tue pagine le mie canzoni preferite scritte di mio pugno, quando ormai le puoi trovare e comodamente stampare ovunque su Internet. E anche stavolta non riuscirò a decorarti come vorrei, ma, per tranquillizzarti, sappi che disegno ancora, vado sempre al cinema e continuo ad ascoltare ogni mattina le canzoni che amo.
Sai, caro diario, ho riflettuto molto in questi giorni. Su di te, oltre che su molto altro. Innanzitutto mi sono accorta che non hai un nome, ma a questo provvederò fra poco. Poi ho pensato a quali siano le motivazioni che mi portano a rovesciare i particolari più intimi e nascosti della mia vita, dei miei pensieri fra la tue pagine e se effettivamente sia poi così salutare fermare certi ricordi, certe emozioni, certi avvenimenti su un foglio che ne porterà sempre il segno insieme al mio cuore.
Infine, so che ti sembrerà banale, caro diario, ma ho pensato anche al sesso. Il tuo, naturalmente: cioè se tu sia maschio o femmina. Non è così irrilevante per me saperlo. Non si parla, infatti, a una donna come si parlerebbe a un uomo. E, nota bene, il mio non è un giudizio di qualità, bensì di natura relazionale. Una donna è più sensibile ad alcune sfumature che a un uomo inevitabilmente sfuggono, mentre, viceversa, con un diario "maschio" potrei sentirmi capita più facilmente su certi argomenti per i quali un'altra donna non potrebbe fare a meno di giudicarmi. Inoltre con il sesso opposto si può avere una visione più chiara di come funzionano alcuni meccanismi della psiche maschile, anche se la complicità tra simili che si può avere tra due donne è impossibile da ricreare in un'amicizia eterosessuale.
Alla luce di queste piccole considerazioni ho pensato per te, non senza una discreta dose di fatica, a un nome "doppio", sia maschile che femminile, ma che è anche uno tra i nomi più comuni qui da noi. Se fossimo in America, infatti, sarebbe stato più facile, perché lì vanno molto di moda i nomi unisex, come Alison, Jackie, Angel, Skylar, ma qua in Italia sono meno diffusi. Ho optato per questa soluzione perché un buon diario, come sei sempre stato tu, deve avere entrambe le identità, per poter essere completo e ascoltare tutto secondo le due prospettive differenti. Ho deciso che ti chiamerò Andrea. Contento? Io abbastanza. A dire il vero, continuo sempre a considerarlo un nome tipico maschile, ma so che si può usare anche per le ragazze e mi abituerò all'idea che tu, caro Andrea, rechi in te tutto ciò che serve a un buon confidente di sesso maschile, insieme alle doti migliori della mia migliore amica.
So che l'hai notato, anche se non hai voluto chiedermi niente, aspettando che fossi io ad arrivarci. E' vero: oggi parlo molto, ti vezzeggio, sembro allegra e rilassata, ti scrivo con il sorriso e invento per te addirittura un nome giustificandolo con un'apologia degna del miglior sofista, mentre evito accuratamente di parlar di me. E' una forma di autodifesa credo. Molte volte si ha paura a confessare certe cose a una pagina bianca, perché non si trova il coraggio neanche per confessarle a sé stessi.
Potrei raccontarti che cosa ho fatto in questi giorni di assenza cartacea. Potrei dirti che sono andata a mare, che sono stata promossa con una media alta, che ho incontrato finalmente dei nuovi amici con cui passo le lunghe giornate in spiaggia e esco la sera. Potrei scriverti qualche poesia che ho composto recentemente o raccontarti che sono addirittura andata a teatro e che mi è anche piaciuto molto, tanto che a settembre farò l'abbonamento per cinque o sei spettacoli. Ancora potrei elencarti le numerose disavventure che mi sono capitate quando siamo andati in barca con amici dei miei e di quando abbiamo organizzato uno di quegli scherzi in stile Candid Camera da sbellicarsi dalle risate. Ma non potrei ingannarti: forse tu non mi diresti niente e faresti finta che sia tutto qui per non darmi un dispiacere, ma sapresti bene che non è questo quello con cui vorrei riempire le tue pagine.
C'è un ragazzo. Viene a scuola da me, anche lui al classico, ed è un anno più grande di me. Il prossimo anno farà l'ultimo anno di liceo ed è anche bravo a scuola. Ma non è questo quello che conta. Quando lo vedo mi sento come mai mi ero sentita prima. Tutte quelle belle parole, forse oggi sentite come un po' ovvie e banali, dove la lingua si secca, il sangue ribolle e la sensazione di peso sullo stomaco che ti pervade, fanno quanto mai al caso mio. E' strano a dirsi e, a dire il vero, non lo so neanche io come sia possibile. Sono sempre stata così fredda, così poco incline al fascino dell'altro sesso e non sono preparata ad affrontare questa tempesta che mi ha colto di sorpresa come una barca a vela in mezzo a un uragano.
Come se non bastasse, io e lui non ci siamo mai parlati e forse non sa nemmeno che esisto, anche se su quest'ultimo fatto probabilmente mi sbaglio, dal momento che passa come noto amante dei favori di noi giovani e ingenue fanciulle e io, modestia a parte dal momento che siamo solo io e te a parlare, non sono così brutta da passare inosservata. Forse avrà fatto qualche commento su di me, senza mai prendere però sul serio l'eventualità di conoscermi, distratto dalle altre ragazze ben più espansive e disinvolte di me. Ma forse, e al solo pensiero mi si stringe il cuore, non mi ha davvero mai notata o non gli sono mai piaciuta fin dall'inizio.
Non so più cosa pensare, sono qui al mare da due mesi, ma non riesco a togliermelo dalla testa. Sai, caro Andrea, dicono anche che ami uscire e parlare a lungo di Arte, Filosofia e di molti temi che piacciono anche a me. Dicono che affascini coi suoi discorsi, che sappia rendere affascinante e divertente anche il più noioso degli argomenti e che sa ascoltare anche che cosa ha da dire l'altro, dote molte rara e quanto mai apprezzata da noi ragazze. A dire il vero credo che lo faccia più per impressionare la fortunata del momento e per autocompiacimento nel sentirsi parlare, vedendo qualcuno, meglio dire qualcuna, che pende dalle sue labbra. In ogni caso, potrebbe anche essere sincero e io non lo potrò sapere fino al prossimo anno. Anzi, forse non lo saprò mai, perché non avrò mai la possibilità di uscire con lui.
Mia mamma mi sta chiamando per la cena. Arrivo, mamma!
Invece mi piacerebbe restare ancora qui con te a raccontarti di lui e di tutto quello che ho pensato in questi giorni. Ho un disperato bisogno di qualcuno come te, caro Andrea, a cui raccontare almeno una minima parte dei miei pensieri, perché stanno diventando un peso troppo grande da portare da sola, accresciuti dal sapere che non potrò rivederlo fino a settembre. Ora vado a mangiare e poi torno a scrivere.
Mi ha fatto bene scriverti di lui, anche se, in fin di conti, non ti ho scritto quasi niente. Mi sento un po' meglio. Scrivere mi aiuta a rimettere a posto le idee e forse a capire davvero che cosa penso. In questi giorni ti tormenterò spesso (devo farmi anche perdonare per questi mesi di assenza) e ti ringrazio per la tua infinita pazienza, o forse è meglio dire muta rassegnazione, che dimostri sempre, ascoltandomi e conservando per te tutto quello che ti dico.
Mia mamma mi ha di nuovo chiamato. Ho finito mamma! Vengo!

Ci sentiamo dopo.
Un mega bacio cartaceo.

P.S.: si chiama Alessandro!

Martina

mercoledì 15 agosto 2007

Il meraviglioso viaggio di Coracalì - La partenza II

Si risvegliò in piena notte e guardò con sollievo il cielo sopra di lei, illuminato dalla fioca luce delle stelle, ascoltando lo sciabordio delle onde. Poi vide la luna, la cui luce spargeva un tenue chiarore nell’aria permettendo di distinguere le forme degli alberi e delle rocce circostanti e il cui disco argentato si rifletteva sulla superficie limpida della grande distesa salata.
La invocò: «Tu, che puoi regolare l’altezza delle acque, aprimi una strada asciutta sul fondo del mare, fintanto che io non abbia raggiunto le terre al di là dell’orizzonte». Ma la luna restò impassibile a rischiarare la notte.
Coracalì la chiamò di nuovo, poi un’altra volta e molte altre volte ancora. La supplicò talmente tanto, che alla fine la luna rivolse i suoi raggi diafani e argentei verso di lei e le parlò: «Vuoi davvero andare in quel luogo così lontano? Il mondo che tu cerchi è pericoloso, invece, qui, l’isola continuerebbe a proteggerti, a prendersi cura di te senza farti mai mancare nulla, a farti crescere felice. Sei davvero sicura di voler lasciare tutto questo per un mondo che non conosci?».
La bambina dalle mani di seta lasciò che la luce della luna si posasse sul suo viso, guardandola negli occhi. Rispose: «So che questa è l’isola che mi ha fatta crescere, proteggendomi, prendendosi cura di me, senza mai farmi mancare nulla. E non lo dimenticherò». Proseguì: «Porterò sempre nel mio cuore il luogo dove ho vissuto finora e forse un giorno tornerò qui, ma, adesso, se davvero quest’isola vuole la mia felicità, deve darmi la possibilità di partire, per conoscere quel mondo tanto lontano e misterioso».
La luna, ascoltate quelle parole, sorrise: «Se è davvero questo, quello che vuoi, così sia. L’isola ti aiuterà a trovare ciò che cerchi. Ora dormi e domani troverai la strada libera per poter partire».
Coracalì si distese sul letto di foglie galleggianti e si addormentò, sprofondando in un lungo sonno senza sogni.
Il mattino dopo Coracalì si risvegliò a fianco dell’animale più forte dell’isola, che la guardava e sembrava aspettarla. «Ti accompagnerò sul mio dorso fino a dove le mie forze me lo consentiranno» disse la bestia.
La bambina che parlava alle foglie si voltò e vide di fronte a lei il mare che si apriva a metà, lasciando libero un pezzo di terra asciutta percorribile a piedi.
Dietro di lei sentì il vento scompigliarle i capelli: «Quando avrai bisogno di mangiare, fischia tre volte rivolta al cielo e io porterò per te sulle mie ali il cibo che ti occorre».
Rassicurata e decisa a partire, Coracalì si strinse forte all’animale che si era offerto di accompagnarla e si avviò attraverso la strada lasciata libera dal mare.

Il meraviglioso viaggio di Coracalì - La partenza I

C'era una volta, tanti anni fa, una bambina dai capelli d’oro, che si chiamava Coracalì.
Viveva su un’isola verde, in mezzo al mare azzurro. Passava le giornate giocando con le nuvole e ascoltando il vento. Beveva l’acqua limpida dei ruscelli, mangiava i frutti degli alberi e dormiva su una zattera di foglie, cullata dalle onde.
C’era una volta, molti anni or sono, una bambina dagli occhi turchesi, e il suo nome era Coracalì.
Regina, su un’isola verde, in mezzo al mare azzurro. Nuotava nell’acqua limpida, inseguendo i raggi del sole e rincorrendo i pesci. Costruiva forme nuove con la sabbia, intrecciava le foglie in lunghe collane e annusava curiosa il profumo di mondi lontani.
C’era una volta, tanto tempo fa, una bambina dalla pelle di giada, conosciuta come Coracalì.
Sola, su un’isola verde, in mezzo al mare azzurro. Sussurrava agli animali, raccontando i suoi sogni e affidandoli a loro. Guardava il mare sotto il cielo stellato, interrogava la luna e si chiedeva che cosa ci fosse al di là di quella grande distesa blu.
Un giorno Coracalì salì sulla sua zattera di foglie e disse al mare: «Muovi le tue onde e accompagnami a vedere che cosa c’è oltre l’orizzonte». Ma il mare le rispose: «La tua zattera è troppo leggera e le mie correnti la affonderebbero subito». Poi continuò: «Il mondo che tu cerchi è pericoloso: resta su quest’isola, che ti dà tutto ciò di cui hai bisogno».
Trascorse qualche giorno e la bambina dal sorriso di perla chiamò il vento: «Caricami su una nuvola e trasportami là, dove il sole compare ogni mattina». Ma il vento sibilò: «Sei troppo pesante per salire su una nuvola e il mondo che tu cerchi è pericoloso: resta su quest’isola che non ti ha mai fatto mancare niente».
Passarono i giorni e la bambina dalla voce di cristallo andò dall’animale più forte dell’isola: «Lasciami salire su di te e portami là dove il mare finisce e comincia una nuova terra». Ma la bestia sorrise: «Io sono il più forte sull’isola, ma la mia forza non è sufficiente per arrivare in quei luoghi tanto lontani. Il mondo che tu cerchi è pericoloso, mentre questo luogo ti proteggerà sempre, offrendoti tutto ciò che potresti desiderare».
Coracalì, allora, cominciò a piangere. Seduta sulla spiaggia, senza più mangiare, né bere, né dormire. Guardando l’orizzonte. Pianse un giorno intero, poi anche il secondo, il terzo, il quarto.
Pianse per dieci giorni, finché l’undicesimo giorno si addormentò.
Fu un sonno agitato, il suo. Sognò di correre sul mare per raggiungere l’orizzonte, per scoprire che cosa si celava al di là di esso. Correva sempre più veloce, senza mai fermarsi, ma quella linea lontana sembrava non avvicinarsi mai e, allora, si sentiva opprimere da un senso di vuota solitudine, da una paura ignota che la faceva piangere. Poi, all’improvviso, il mare si era aperto in un vortice che, sempre più grande, l’aveva trascinata giù, inghiottendola in un abisso cupo dove il sole non sarebbe mai arrivato.

venerdì 13 luglio 2007

Idee per un romanzo - Parte V

Oppure si potrebbe ambientare la storia centrale nell'oggi e sfruttare il polimorfismo letterario a cui si presta l'opera per inventare più ambientazioni diverse e ciascuna con un suo proprio contesto e, eventualmente, messaggio da trasmettere.
Il finale penso che debba rimanere incompiuto, perchè in fondo la vita con il suo dramma esistenziale non ha mai fine e anche per suggerire che, forse, c'è ancora tanto da dire, perchè chiunque può avere qualcosa da aggiungere quando si parla dell'esistenza umana. E il che è di per sé una conclusione che invita alla speranza, che invita a pensare che l'uomo alla fine ce la farà a dare una risposta alle sue domande esistenziali.
Ma questa "non fine" può significare anche il contrario, ossia l'impossibilità di penetrare completamente il mistero dell'esistenza umana, l'assoluta vanità di ogni sforzo e la condanna dell'uomo a effettuare infiniti tentativi per comprenderla.
Sarà fondamentale anche l'ultima parola con cui finirò.

giovedì 12 luglio 2007

Haiku che parlano del mare

Ricordo che l'Haiku è una forma poetica di provenienza nipponica, formata da tre versi con il primo e il terzo quinario e quello centrale settenario. In queste diciassette sillabe bisogna concentrare un'emozione, una sensazione che ci trasmette un paesaggio attraverso la descrizione di pochi particolari.
Un Haiku è una sorta di istantanea con cui si cerca di evocare il più possibile attraverso una descrizione essenziale, breve, senza fronzoli o congiunzioni.
Non appartiene al nostro bagaglio letterario e forse è fuori luogo cercare di fare nostra una forma di espressione che non ci appartiene per cultura, ma è sicuramente un ottimo esercizio di sintesi e di affinazione poetica. L'icasticità di chi scrive non può che migliorare grazie alla pratica di questo genere poetico.

Le ali distese,
nel becco un pesce vivo.
Fischia il gabbiano.

Crema solare,
vociare di bagnanti.
Poi, la risacca.

Giorno di pioggia.
Cielo, mare, volti di
egual colore.

Il porto a luglio:
marciscono reti con
resti di pesce.

Un pescatore,
solo, sul molo. Barche
all'orizzonte.

martedì 5 giugno 2007

Idee per un romanzo - Parte IV

Voglio più tipi di narratori all'interno del libro, magari anche di terzo o quarto tipo. Voglio un dialogo continuo con i "Classici", ma non una manieristica imitazione di essi, bensì un rapporto diretto, che però tenga del presente in cui l'autore vive.
Quando il narratore diventa direttamente colui che scrive il romanzo, voglio che sia il più impersonale possibile, ma anche profondamente umano: deve accompagnare e sorreggere il lettore, deve dargli fiducia, non come farebbe un Deus ex machina esterno alle vicende umane, ma prima di tutto come uomo. Senza patetici slanci compassionevoli, senza il distacco quasi stupito di fronte al mistero dell'esistenza umana, ma con la sensibilità e il sorriso amaro di chi condivide le stesse difficoltà esistenziali, la stessa "pena di vivere così". Voglio che il primo narratore sia un compagno, un amico quasi, per chi legge. Voglio che chi scrive entri in confidenza, trasmetta fiducia al lettore, mostrandosi consapevole che siamo tutti personaggi che recitano la stessa tragedia, ma anche fiducioso nelle infinite capacità dell'uomo e, soprattuto, in ciò che più lo rende unico: il logos in senso lato.
A questo proposito l'ambientazione potrebbe essere una sorta di negazione, o tentativo, di ciò che costituisce l'unico motivo di dignità dell'uomo. Trovare elementi inquietanti nel mondo odierno (se ne possono trovare diversi e variegati) e portarli alle estreme conseguenze in uno scenario futuro, non necessariamente troppo lontano sarebbe un'idea interessante e meritevole, se affrontata in modo accorto e accurato, evitando una sciocca superficialità intrisa di qualunquismo.

lunedì 4 giugno 2007

L'Età dell'oro - Capitolo I - "Il primo giorno di scuola"


da "Le mie memorie liceali: amori e storie di Francesco Salviati"

Ricordo ancora quando, tempo fa, entrai per la prima volta in quello che sarebbe stato il liceo in cui avrei trascorso i cinque anni più belli della mia vita. Oddio, forse il fatto che siano stati così belli non fu legato tanto al liceo in sè, quanto piuttosto al fatto che allora ero giovane, traboccante di vita e delle sue illusioni, ma sicuramente fu tra quelle mura che trascorsi una buona parte di quel periodo e adesso nei miei ricordi l'ambiente liceale è diventato in un certo senso un simbolo di ciò che ero allora.
A dire il vero, però, non ricordo più così bene il mio primo giorno, quando mi ritrovai con tutti gli altri primini, radunati in massa nel cortile, in attesa di essere smistati alle rispettive classi. Anche il sapere che fu questa la situazione di partenza non è che un "falso ricordo" indotto dall'aver visto fare ogni volta così nei quattro anni successivi.
Sono sempre stato alquanto smemorato per certe cose: condannato a ricordare ogni singolo particolare di ciò che ho vissuto, tendo invece a dimenticare e talvolta rimuovere quasi totalmente i momenti in cui ero agitato, sotto pressione. Me ne sono accorto con il tempo, di questo. Quando, ad esempio, ho dovuto ricostruire con fatica l'esame di quinta elementare, la mia prima comunione, l'esame finale delle medie e, successivamente, anche quello di maturità, riedificando i ricordi a partire dal cumulo di macerie, in buona parte saccheggiate e polverizzate dalla tensione, che si era formato nella mia memoria. Per farlo ho usato spesso le testimonianze di persone che erano lì con me in quei momenti oppure, molto più spesso, mi sono servito di un'attenta osservazione delle persone che si erano venute a trovare nella stessa situazione.
Grazie, a questi espedienti, la cui obiettività biografica può essere discutibile, posso dire, con discreta convinzione di avvicinarmi alla verità, che in quel cortile mi ritrovai alquanto disorientato per la novità della situazione, certamente intimidito dalla presenza di tutte quelle persone a me sconosciute, in parte rassicurato dal vedere e salutare ragazzi che conoscevo e che appartenevano al mio passato come compagni di giochi, delle elementari o delle medie; infine, vagamente stordito da quella confusione sgradevole che si viene a creare in un gruppo di persone raggruppate ad aspettare e, perdonatemi l'abuso di enfasi, ignare della propria sorte.
Sulla base di quanto ho detto finora, qualcuno potrebbe farmi notare che, per quanto ne posso sapere io, avrei anche potuto essere lì ad attendere con qualcuno che conoscevo, mentre invece descrivo quella situazione come se fossi stato sicuramente da solo. Sarebbe un'acuta osservazione, tanto più che, a ben guardare durante gli anni successivi, mi sono accorto che la maggioranza dei "primini" si presentava al primo appuntamento in coppia con qualche amico o ex-compagno di scuola oppure, più raramente, in gruppi di tre o quattro, rimanendo poi ancorati alle proprie conoscenze fino all'ultimo, rimandando le conseguenze della paura di restare soli con gente che non si conosce a quando si sarebbero ritrovati in classe con i nuovi compagni. Alcuni, poi, pochi a dire la verità e non necessariamente più fortunati, tra i banchi scoprivano di essere con uno o due ragazzi che conoscevano, risparmiandosi così quasi del tutto lo spaesamento del trovarsi soli in un ambiente nuovo, che poi è una delle paure che, chi più chi meno, ci accomuna tutti.
Io, però, sono sicuro di avere aspettato là da solo, circondato da diverse persone che conoscevo, ma senza aggrapparmi ad esse perchè mi infondessero sicurezza. Non lo dico per pormi al di sopra delle più comprensibili emozioni umane, ma perchè fin dalle mie prime esperienze è stato così: sono sempre stato solo. Non intendo chiuso o introverso nei rapporti con le persone, ma parlo di quella solitudine che alcuni hanno nell'animo e tale per cui hanno sempre affrontato da soli gli eventi che la vita mette loro davanti.
Mi riferisco a quando entri in classe senza conoscere nessuno e "riparti da zero" conoscendoli uno per uno, magari anche quando i gruppi sono già costituiti. Mi riferisco a quando da bambino vedevo dei bambini giocare e, solo, vincevo la timidezza, naturale in quella situazione, chiedendo loro di giocare, a quando nelle colonie mi ritrovavo a partire senza conoscere nessuno e senza sapere chi avrei incontrato. Mi riferisco anche al fatto di non aver mai avuto un gruppo di amici fissi, con cui giocare e, divenuto più grande, con cui uscire e divertirsi: ho avuto alcune persone che sono rimaste nella mia vita come i miei genitori, qualche amico di infanzia e qualche compagno del liceo, pilastri sui quali sai che potrai contare sempre e il cui affetto si è rivelato puro e duraturo, non motivato, più o meno consciamente, da quel sentimento tanto diffuso nelle relazioni umane del non sentirsi soli, ma il resto delle frequentazioni sono durate solamente per alcuni periodi, durante i quali mi hanno dato tanto, senza però che io mi sia mai così disperatamente attaccato ad esse, barattando la mia libertà con l'illusione di essere meno solo.
Con solitudine, mi riferisco inoltre al fatto di non avere mai avuto qualcuno che mi presentasse le ragazze o avere mai usato i metodi comuni per cercare di conquistarle. Per dirla come spesso diciamo con un mio caro amico "Io, le ragazze, me le sono sempre dovute tutte baccajare da me". Questo non tanto per la sensazione di essere superiore o assolutamente il migliore sulla piazza, ma perchè... Bhè, è un discorso lungo e mi rendo conto che stiamo divagando e, per quanto, io ami le digressioni per libera associazione, è meglio che ritorniamo sui nostri passi. Avremo modo di parlare spesso di ragazze durante questa nostra chiacchierata.
Una volta arrivato in classe, insieme ai nuovi compagni, feci conoscenza con il professore di Italiano, che approfittò del nostro timore iniziale, più che comprensibile direi, per presentarsi ai nostri occhi pienamente vestito di quell'autorità che gli derivava dalla sua posizione, incutendo una grande soggezione in tutti noi. Nei giorni successivi si sarebbe poi rivelato per quella persona sensibile e amata dai suoi studenti che era in realtà. Bisogna aggiungere, inoltre, che le poche ore iniziali di lezione non mi avevano impedito di osservare per la prima volta i miei nuovi compagni, individuando le più carine della classe, i pochi maschi presenti oltre a me e interrogandomi su chi avrebbe avuto un buon rendimento a scuola e chi no. Il tutto nell'ordine in cui ho elencato.
All'uscita scambiai le prime brevi parole con i ragazzi della classe, solamente due in una classe di quindici alunni, mentre mi incamminavo verso la casa di mia nonna per andare a pranzo da lei, abitudine che avevo dalle medie e che continuai con costanza nei primi anni di liceo e più sporadicamente durante gli ultimi due.

domenica 3 giugno 2007

Idee per un romanzo - Parte III

I personaggi narrano, pensano, riportano per iscritto cose di altri trovate o sentite (manoscritto su un filosofia affine allo Strutturalismo, dove si dimostra come nelle azioni umane non esista il libero arbitrio, ma solo condizionamento esterno o autocondizionamento, potrebbe essere un'idea molto fertile in questo senso), ma essi soprattutto vivono! Vivono!
Deve essere dinamico e riflessivo al tempo stesso. Tutto il romanzo deve essere concepito non come scritto per il gusto di scrivere, ma creato per essere un'opera d'Arte.
Voglio un personaggio inquietante che ci accompagni per tutto il racconto: deve parlare poco, agire poco, scrivere poco e evocare molto con questo suo "non fare", quasi come il monolite di pietra nera di 2001 Odissea nello spazio. Una sorta di raisonneur muto, di artefice e spettatore delle vicende umane.
Magari nel mezzo dell'opera far dire a un personaggio ciò che è la poetica su cui si regge l'intero romanzo,ossia ciò che ho scritto qui.

venerdì 25 maggio 2007

Il re che non manteneva le promesse

C’era una volta un re di nome Melanione. Egli regnava con saggezza, furbizia e generosità su un paese di nome Drimbad e per questo era acclamato e benvoluto dal suo popolo.
Un brutto giorno, però, un folletto, di nome Yocapuk, fu offeso in modo molto grave dal re. Andò su tutte le furie e disse:
"Me la pagherai! Ah, se me la pagherai!"
Detto questo, il folletto gettò su Drimbad un incantesimo, il quale non faceva più mantenere le promesse fatte. Incominciarono, così, a crearsi discordie, disaccordi e litigi tra i sudditi. L’incantesimo si abbattè in particolar modo sulla reggia, facendo diventare il re Melanione malvisto dinanzi agli occhi di tutti.
Il re era disperato: oltre all’incantesimo, infatti, il folletto aveva mandato un orco gigantesco a distruggere i campi e i raccolti di Drimbad, minacciando di carestia il reame.
Un bel giorno, però, un giovane si presentò alla corte:
"Maestà" disse "io in cambio di uno dei suoi sette cavalli alati, libererò Drimbad dall’orco che devasta i suoi campi, minacciandola di lunga carestia".
Al re quella proposta non sembrò vera e accettò senza esitazione, dando al giovane una splendida armatura d’oro con un cavallo per affrontare l'orribile bestia.
Il guerriero si avviò alla ricerca dell’orco per campi e monti e, quando lo trovò, lo sfidò. Il giovane impugnò saldamente la spada e l’alzò sferrando un colpo che fu abilmente evitato dall’orco, il quale, a sua volta, tirò un pugno così potente da rompergli lo scudo. Ma il giovane cercò di colpirlo nuovamente con la spada. L’orco parò il colpo. Sollevò poi il guerriero in aria e lo scaraventò sessanta metri più in là. Il giovane si riprese velocemente dalla botta e si rimise in piedi. Estrasse un pugnale lungo circa cinquanta centimetri e prese di mira la fronte dell’orco: sapeva che non poteva sbagliare, altrimenti sarebbe stata la sua fine. Il guerriero scagliò velocemente il pugnale contro l’orco: esso roteò, si girò su se stesso, andando a conficcarsi dritto nella fronte dell’orco, che emise un ruggito di dolore e cadde pesantemente a terra, senza vita. Il giovane guerriero aveva vinto la sfida, anche se a caro prezzo.
Ritornò dal re Melanione, chiedendogli la ricompensa pattuita, ma il re gliela negò e non mantenne la promessa fatta. Il giovane, allora, radunò tutti i suoi amici, molti di essi valorosi guerrieri delle altre città, e insieme espugnarono Drimbad, esiliando il re e i suoi sudditi, che, rimasti senza città, incominciarono a girovagare per il mondo, trasmettendo di generazione in generazione l’incantesimo dello gnomo.
Circa tre secoli dopo, un ragazzo di tredici anni, mentre pascolava le pecore, vide casualmente il folletto Yocapuk, mentre prendeva il sole immerso nel verde di una radura. Lo supplicò:
"Per favore, per favore, Yocapuk! Ti supplico in nome di tutti, toglici il terribile incantesimo e io farò qualsiasi cosa per te!"
Lo gnomo rispose:
"E così sia! Ora ho tolto l’incantesimo e in più ti ho dato il potere di costruire case e interi paesi senza fatica. Adesso tu andrai da quelli che da oggi in poi chiamerai tuoi sudditi e costruirai un paese con il mio nome in modo che vi ricorderete dell’incantesimo che vi ho inflitto molti anni fa e saprete imparare dai vostri errori.”
Il ragazzo ringraziò e corse dal suo popolo, il quale lo elesse re. Egli costruì un bellissimo e ricco paese, a cui diede il nome di Yocapuk e visse felice e contento insieme ai suoi sudditi per lungo tempo.

giovedì 24 maggio 2007

Idee per un romanzo - Parte II

Voglio un'ambientazione importante, o meglio, rilevante in sé stessa. Anzi, voglio che ogni cosa all'interno del libro sia accuratamente pensata e pesata: tutto deve avere un motivo per cui è lì. Ogni elemento dev'essere perfettamente integrato con il tutto del romanzo. Ogni parola, gesto che compiono e dicono i personaggi dev'essere significativo.
Vedo un'ambientazione "profetica", strettamente connessa alla realtà attuale, ma forse non in modo diretto. Un'ambientazione metaforica, evocativa e, perchè no, magari in alcuni tratti anche fantastica, ma che sappia parlare anche e soprattutto del presente.
Voglio uno stile eclettico, a seconda di ciò che scrivo e di ciò di cui scrivo. Vicino a quello di Pirandello, ma più semplice e meno involuto, con la stessa potenza evocativa dell'inconscio di Proust, ma meno denso e impregnato di sfumature oniriche marcate, con la stessa apertura agli esperimenti linguistici di Joyce, ma più attento al risultato comunicativo. A tratti voglio lo stesso occhio e la stessa complessità nel presentare i grandi temi della natura umana di Kubrick, ma meno inquietante e ironicamente rassegnato. Voglio la mia attenzione sempre rivolta ai "Classici", ma senza la pesante polverosità che spesso richiama questo termine.

mercoledì 23 maggio 2007

Anna

7 gennaio 2004. Da qualche parte sulle Alpi francesi.

E' passata. Come una tempesta spietata e furiosa mi ha travolto. Non voglio dire banalità, ma penso che stavolta non riuscirò a farne a meno, poichè sto scrivendo solo ed esclusivamente per sfogarmi e per far passare il tempo, che sembra non scorrere mai mentre sono qui in trepidante attesa di uno squillo, di un segno di lei. Non glielo volevo neanche dare, il numero, forse per non soffrire, forse perchè mi sembrava fuori luogo chiederglielo. Perchè sapevo che domani sarebbe stato l'ultimo giorno in cui l'avrei rivista. Me l'ha scritto lei: mi ha chiesto se poteva scrivermi il suo numero sul telefono. Io ho finto di non capire, ma poi gliel'ho dato.
Ora mi accorgo che non posso fare a meno di pensare a lei. Chiudo gli occhi e inesorabilmente mi compaiono i suoi, pieni di luce che mi sorridono. Ce l'ho nella testa e per ora non mi preoccupa quello che diceva Montale in una sua famosa poesia, perchè posso ancora vederla e sognarla nitida e vivida, quasi reale, di fronte a me, e nessuna forbice riuscirebbe mai a tagliarla.
Dire che lei è bellissima, lo dicono già gli altri. Anzi no, loro dicono che è "una gran pezza di figa". E non è la stessa cosa: tra bella e figa c'è un abisso più profondo e cupo della disperazione, non meno vertiginoso della paura, terribilmente più vacuo del buio. Lei è bella. E per me è diventata sublime, se per sublime si intende "a terrible beauty".
Niente baci, niente carezze, niente di tutte quelle cose che farebbero due che si piacciono. Solamente sguardi, occhi che vibrano in sintonia, labbra che tentano di capirsi. Parole. Due mondi diversi che si incontrano per pochi giorni, per dirsi con gli occhi tutto ciò che vorrebbero fare.
Il suo incontro mi ha fatto sentire per la prima volta bis...


Trovai questa pagina ripiegata sopra il marciapiede di una stradina, probabilmente smarrita accidentalmente e scoprii questo breve brano scritto a mano, quasi senza nessuna cancellatura, con la scrittura allungata e furiosa che tradiva un disperato tentativo da parte dell'autore di mantenersi composto e lucido di fronte a un sentimento che, a quanto pare, lo stava divorando.
La raccolsi e la conservai a lungo. Ora, ho pensato di condividerla con tutti i lettori di questo blog, nella speranza che tra essi si ritrovi, leggendosi, l'autore di queste righe e magari voglia spiegarmi come sia poi davvero finita la sua storia e, soprattutto, il perchè di una così brusca interruzione nel vivo dell'impeto creativo che ha reso questo sfogo per sempre incompiuto. O se invece si è trattato solamente di un amore vividamente sognato e immaginato, interrottosi di fronte al muro concreto della realtà.

Idee per un romanzo - Parte I

Un romanzo aperto, in cui raccogliere le mie riflessioni, mettendole sulla bocca di altri. Un finto protagonista, intorno a cui dovrebbe svolgersi una storia semplice, di per sè stesso banale, ma che consente ampi sbocchi letterari e narrativi.
La trama deve essere dinamica: voglio personaggi che vivono, agiscono come in un romanzo, ma voglio anche spazio, ampio spazio, per riflessioni, stralci di "romanzi nel romanzo", fusione di più generi letterari (sia storico-temporali, come il Surrealismo di Becket o nello stile de "Il piacere" di D'Annunzio, sia puramente tecnici, come il dialogo filosofico, epistolografia, diario personale, eccetera...).
Per quanto riguarda la vicenda che costituirà l'ossatura del romanzo sono più propenso per scegliere una storia fittizia, banale, come i "Promessi Sposi", attorno a cui sviluppare tematiche sociali, storie di monache di Monza, parlare di personaggi come nel romanzo manzoniano, ma inserendo anche altre storie, differenti per luogo e tempo e genere, magari scritte da ipotetici "altri".
Un'atmosfera che risulti leggera e carica di un sottile velo ironico e umoristico, nel senso "pirandelliano" del termine, che non sfocia, però, in alcun tipo di pessimismo: un'ironia amara che trasuda di speranza.
E soprattutto voglio la leggerezza: concetti difficili e complessi, percorsi all'interno della nostra psiche più profonda, un continuo interrogarsi su sè stessi e sul mondo vanno espressi in modo semplice, ma non superficiale, adeguatamente approfondito, ma non avvolto in un'opaca patina di pesantezza barocca.
Non voglio che il lettore fatichi a seguire. Deve esserci continuità e non interruzione, come si rischia di fare saltando con troppa facilità e un eccessivo gusto sperimentalista, da un genere all'altro, da una vicenda a un'altra che magari successivamente si inserisce nella prima, dalla riflessione di un qualche personaggio a un'altra.
Il romanzo deve racchiudere in sè anche la poesia, soprattutto come esempio più perfetto di labor limae, ma anche sviscerata in tutte le altre infinite potenzialità che offre all'uomo (lirica, consolazione, tentativo di raggiungere l'Assoluto o il Bello in sè,...).

L'Età dell'oro - Voci dal passato I

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli Immortali che hanno le olimpie dimore.
Erano ai tempi di Crono, quand'egli regnava nel cielo;
come Dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava
la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di [braccia],
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c'era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti,
sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti,
ricchi d'armenti, cari agli Dèi beati.

Esiodo "Le Opere e i giorni"

martedì 22 maggio 2007

L'Età dell'oro - Proemio

Muse di Pieria, che date la gloria coi canti,
Zeus qui ora cantate, al Padre vostro inneggiando:
per opera sua gli uomini sono illustri e oscuri,
noti e ignoti, a piacimento di Zeus grande.
Facilmente Egli dona la forza, facilmente abbatte chi è forte,
facilmente umilia chi è grande e l'umile esalta,
facilmente raddrizza chi è storto e dissecca chi è florido,
Zeus che tuona profondo ed abita le eccelse dimore.
Ascoltami, a me guardando e porgendo l'orecchio:
con giustizia le sentenze raddrizza,
Tu; io a Perse voglio alcune verità raccontare.

Esiodo "Le Opere e i Giorni"

lunedì 21 maggio 2007

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